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Il monito di Paolo Mattavelli: «L’ambiente non fa sconti. Ciò che non si fa oggi, lo pagheremo caro domani»

In ogni grande trasformazione c’è sempre un punto in cui i fili sparsi iniziano a intrecciarsi, come in un enorme telaio che lavora silenzioso dietro le quinte. La transizione energetica italiana, spesso raccontata come un mosaico frammentato di tecnologie, territori e ambizioni, negli ultimi anni ha trovato proprio in quel telaio una forma nuova: Fondazione NEST. Un luogo dove la complessità non viene semplificata, ma organizzata; dove le differenze tra discipline diventano leve e non ostacoli; dove l’eterogeneità – se guidata – diventa forza.

Al centro di questa macchina collettiva c’è il Comitato Tecnico Scientifico (CTS): l’organo che intreccia università, ricercatori e visioni tecnologiche in un’unica direzione. A guidarlo c’è il professor Paolo Mattavelli, ordinario all’Università di Padova, che ha contribuito a riunire attorno allo stesso tavolo le migliori competenze del Paese per affrontare una delle sfide più complesse del nostro tempo.

Mattavelli ripercorre il senso profondo di questa esperienza: le difficoltà iniziali, l’importanza del coordinamento tra gli Spoke, le tecnologie pronte a cambiare il sistema energetico e, soprattutto, la grande questione delle competenze, il vero carburante — oggi insufficiente — della transizione. Un racconto che aiuta a capire non solo cosa abbia rappresentato NEST, ma anche perché iniziative di questo tipo siano indispensabili per il futuro energetico del Paese.

Mattavelli
Professor Paolo Mattavelli, ordinario all’Università di Padova

Professore, come è organizzato il Comitato Tecnico Scientifico della Fondazione NEST?

Il comitato è il punto di raccordo tecnico-scientifico dell’intero progetto: valutiamo gli sviluppi dei programmi di ricerca, armonizziamo le attività dei bandi a cascata, coordiniamo la reportistica e supportiamo l’organizzazione degli eventi. È la cabina di regia che garantisce coerenza tecnica e avanzamento delle attività. Il CTS è composto dai rappresentanti dei vari Spoke della Fondazione, ciascuno dedicato a un ambito specifico del sistema energetico. Copriamo quasi tutte le principali tecnologie e filiere, ad eccezione del nucleare, che per ragioni di dimensioni e finanziamenti non rientrava nel perimetro originario.

Quali sono state le maggiori complessità nella fase iniziale del progetto?

All’inizio le difficoltà erano soprattutto operative. Gli Spoke procedevano a velocità diverse, per motivi legati ai temi di ricerca o ai tempi di avvio dei gruppi. Le riunioni mensili del CTS sono state decisive: hanno permesso di allineare le pratiche, trasferire modelli funzionanti da uno Spoke all’altro e superare dubbi organizzativi ricorrenti — dai bandi a cascata alla gestione delle scuole di dottorato, fino ai formati della reportistica. L’eterogeneità è un valore, ma richiede un grande sforzo di coordinamento. Direi che la vera forza è stata trasformare quella complessità in una ricchezza condivisa.

Che visione ha oggi della transizione energetica in Italia, dal punto di vista tecnico-scientifico?

La transizione energetica può avanzare lungo due direttrici complementari. La prima riguarda l’impiego di tecnologie già mature e disponibili: dal fotovoltaico ai sistemi di accumulo, dalle smart grid all’idrogeno. La vera sfida, oggi, è farle dialogare all’interno di sistemi energetici complessi, sempre più digitalizzati e ottimizzati. Su questo la Fondazione ha lavorato intensamente, sviluppando modelli digitali, strumenti di ottimizzazione e soluzioni per integrare in modo efficiente diverse fonti energetiche.

La seconda direttrice riguarda invece l’innovazione tecnologica. Molte di queste tecnologie hanno ancora margini significativi di miglioramento, e alcuni spoke hanno sviluppato soluzioni nuove o miglioramenti rilevanti, che aprono prospettive molto interessanti per il futuro.

Il rischio più grande riguarda gli investimenti: non possiamo permetterci di rimandarli. La transizione energetica non fa sconti: ciò che non realizziamo oggi costerebbe molto di più in futuro.

A che punto siamo in Italia sul tema delle competenze energetiche e tecniche?

Abbiamo eccellenze straordinarie. In tanti casi, aziende anche medio-piccole competono con player globali grazie a competenze di altissimo livello. Il problema non è la qualità, ma la quantità: mancano tecnici, ingegneri, profili STEM. Non c’è una percezione diffusa della necessità di queste competenze, e lo vediamo già nei numeri delle iscrizioni universitarie. La Fondazione ha contribuito formando oltre 100 ricercatori, ma serve un intervento più ampio: dall’università agli istituti tecnici e professionali, perché mancano persino figure come periti elettrici, elettronici e meccatronici. È una carenza strutturale.

È quindi necessario rilanciare gli istituti tecnici e professionali?

Qualunque formazione tecnica è preziosa. Servono percorsi che valorizzino gli istituti tecnici e, in parallelo, percorsi universitari che permettano a chi vuole proseguire di affrontare problemi complessi in modo autonomo. La domanda di tecnici è altissima. L’offerta, oggi, è insufficiente.

Che ruolo possono giocare startup e PMI innovative nella transizione energetica?

Un ruolo fondamentale. Il trasferimento tecnologico è una delle anime della Fondazione. Incentiviamo i ricercatori a interagire con startup esistenti e a crearne di nuove. Finora non abbiamo sfruttato tutto il potenziale degli spin-off perché il progetto ha richiesto un’enorme quantità di energie. Ma è una direzione in cui crediamo molto: gli spin-off sono un ponte naturale tra ricerca e industria. E il tessuto produttivo italiano può beneficiare enormemente di iniziative di questo tipo.

Quale potenziale vede oggi in NEST come modello per la collaborazione scientifica e industriale nel nostro Paese?

Credo che NEST sia stata una delle prime iniziative italiane capaci di aggregare le eccellenze nazionali dell’energia. Ogni università ha messo in campo i suoi migliori ricercatori: è nata, di fatto, una sorta di “nazionale” degli esperti della transizione energetica. È un risultato straordinario, e spero sia solo l’inizio di un percorso ancora più ampio.

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