Lo Spoke 2 di NEST lavora a una piattaforma pubblica. «Non solo ventosità. Finalmente mettiamo insieme connessioni alla rete, traffico navale e aspetti ambientali» spiega il professor Sergio Camporeale
Il mare non perdona le approssimazioni infatti o hai una buona mappa, o ti perdi. L’offshore oggi è esattamente questo: una promessa enorme, ma praticabile solo se si trasformano informazioni sparse in scelte leggibili per chi investe, per chi autorizza, e per chi vive quei territori. Perché la transizione non si fa a slogan, si fa con coordinate.
È dentro questo spazio, a metà tra ingegneria e consenso, che lavora lo Spoke 2 “Energy Harvesting & Offshore Renewable” di Fondazione NEST: l’area di ricerca che mette insieme energia raccolta da sorgenti minime e rinnovabili marine, con l’obiettivo di rendere comparabili informazioni oggi disperse, misurare ciò che conta davvero (vento, onde, profondità, rotte, impatti), e offrire strumenti utili a imprese, enti locali e decisori.
Ne abbiamo parlato con Sergio Camporeale, professore ordinario di Macchine a Fluido e coordinatore della laurea magistrale in Mechanical Engineering al Politecnico di Bari, referente dello Spoke 2, per capire cosa sta cambiando nell’offshore, dove si inceppa ancora il sistema e quali risultati concreti la ricerca può portare sul tavolo.

Professore, partiamo da una valutazione generale: cos’è lo Spoke 2?
Lo Spoke 2 si chiama Energy Harvesting & Offshore Renewable e riunisce due filoni di lavoro. Da un lato l’offshore, che include in particolare l’eolico in mare e le sue evoluzioni; dall’altro l’energy harvesting, cioè la raccolta di energia da sorgenti diffuse e spesso piccole, come micro-movimenti, pressioni o differenze di temperatura. Negli ultimi anni, anche per dinamiche industriali e di contesto, il tema offshore è cresciuto moltissimo e oggi assorbe una parte rilevante delle attività.
Quando siete partiti, l’offshore era ancora percepito come un tema di nicchia. Cosa è cambiato in tre anni?
È cambiato tanto, soprattutto nella percezione e nell’interesse concreto. All’inizio l’offshore era relativamente poco conosciuto e le sue potenzialità non erano ancora pienamente riconosciute. Nel tempo c’è stata un’accelerazione molto forte: sono nati gruppi industriali interessati e, specie nel primo anno, abbiamo ricevuto richieste di collaborazione superiori a quelle che potevamo gestire con le risorse disponibili.
Le prime installazioni in Italia faticano ancora a partire. Come se lo spiega?
A fronte di un potenziale molto alto, oggi vediamo una fase di rallentamento procedurale. Dal punto di vista tecnico e delle valutazioni ambientali diversi insediamenti hanno fatto passi avanti, ma l’iter autorizzativo e la parte burocratica restano complessi e richiedono ancora passaggi attuativi. Questa distanza tra opportunità e tempi di realizzazione è uno degli elementi che caratterizza la fase attuale.
In questo contesto, qual è il contributo più misurabile che lo Spoke 2 sta costruendo?
Un risultato centrale su cui stiamo lavorando è una piattaforma pensata come supporto a imprese, enti locali e decisori. L’idea è offrire uno strumento pubblico che permetta confronti e valutazioni basate su evidenze, non su impressioni.

Che tipo di informazioni integra questa piattaforma?
Non riguarda solo la ventosità. Stiamo integrando dati e layer che, messi insieme, diventano decisivi per capire dove e come pianificare: la batimetria e quindi la profondità, i possibili punti di connessione alla rete, le rotte mercantili e il traffico navale, aspetti ambientali e vincoli. Abbiamo poi sviluppato approcci per la valutazione quantitativa degli scenari di produzione di idrogeno verde come alternativa all’immissione dell’energia elettrica in rete. Stiamo lavorando anche su elementi più complessi da rappresentare, come le rotte migratorie, e vogliamo inserire strumenti che aiutino l’analisi e il confronto dei dati, anche con metodologie avanzate.
Lei parla anche di impatto visivo. Perché è così importante?
Perché spesso una visualizzazione chiarisce più di molte parole. Vorremmo arrivare a simulare l’impatto visivo ipotizzando una posizione delle turbine e mostrando cosa sarebbe effettivamente visibile dalla costa. È un modo per aiutare comunità e amministrazioni a discutere su basi concrete, riducendo fraintendimenti e pregiudizi.
Oltre ai dati esistenti, state lavorando anche su misurazioni reali?
Sì, perché per alcune tecnologie – in particolare l’eolico galleggiante – la qualità dell’informazione è cruciale. Stiamo sviluppando sistemi per affinare i dati tramite misure in campo: vento (anche con strumenti dedicati), altezza e frequenza delle onde e altri parametri meteo-marini utili alla progettazione e alle stime di resa.
La percezione dell’offshore sta cambiando anche culturalmente?
Direi di sì. In molti contesti la percezione è in miglioramento e spesso positiva, anche se esistono situazioni locali dove emergono tensioni. Proprio per questo università e ricerca possono avere un ruolo: aiutare le comunità a comprendere opportunità e limiti, con informazioni trasparenti e verificabili.
Quali sono gli impatti che ritenete più importante monitorare, oltre alla produzione energetica?
Sicuramente l’interazione con le attività economiche: ad esempio rotte e pesca. Poi ci sono aspetti ambientali e di tutela del mare: alcune aree possono anche generare effetti interessanti in termini di salvaguardia, ma vanno studiati con serietà. Un altro tema è l’impatto acustico: capire come si propagano i suoni in mare e quali effetti complessivi può avere la presenza di installazioni, anche per evitare che la mancanza di informazione alimenti paure o interpretazioni distorte.
Quali altre attività sperimentali state avviando?
Stiamo lavorando, insieme all’Università di Reggio Calabria, per attrezzare un laboratorio a mare che consenta test in scala ridotta in condizioni reali. Esistono già esempi in Italia, ma qui puntiamo a un contesto più “aperto”, con condizioni meteo-marine più rappresentative, così da ottenere dati sperimentali ancora più utili.
Come valuta lo stato della transizione energetica in Italia, anche rispetto all’Europa?
È una materia complessa e in continua evoluzione. Negli ultimi anni c’è stato un forte impulso legato alle questioni ambientali e a piani più strutturati. Poi la guerra in Ucraina ha reso la transizione anche un tema di sicurezza energetica, aggiungendo variabili e urgenze. Quello che si percepisce è che la velocità del cambiamento tecnologico è molto alta, mentre sul piano normativo e procedurale spesso si procede con maggiore lentezza.
Quali tecnologie vede più promettenti nel prossimo futuro?
L’eolico galleggiante può diventare una leva importante, anche perché può dare all’Italia un ruolo industriale nel Mediterraneo, dove oggi ci sono ancora poche installazioni. Ma qui la ricerca è decisiva: Mediterraneo non significa Mare del Nord, e trasferire soluzioni senza adattamento può portare a rese inferiori. Accanto a questo il solare resta fondamentale e vedo un potenziale di crescita anche nel fotovoltaico galleggiante, ancora agli inizi ma promettente in contesti idonei.
E l’idrogeno? C’è stato molto entusiasmo: oggi come lo inquadra?
L’idrogeno è interessante, ma va inquadrato correttamente: non è una bacchetta magica. È un vettore e va prodotto, ad esempio usando energia rinnovabile. Può avere applicazioni importanti, soprattutto dove serve accumulo su scala diversa, anche stagionale, e dove il sistema energetico lo rende conveniente. Ma non può essere presentato come la soluzione unica a tutto.
Quindi il messaggio è per un mix energetico e realismo tecnologico?
Esattamente. Non esiste una tecnologia che risolve tutto, soprattutto in sistemi maturi come i nostri. Servono combinazioni intelligenti: rinnovabili, accumuli, soluzioni diverse a seconda dei settori, con attenzione a costi, catene di fornitura e impatti.